Silvio Levi, dalla scrivania alla vigna

Una storia che inizia in città e continua nelle Langhe piemontesi. Anzi, una storia che da Torino ritorna a Dogliani, terra di frutti preziosi e del bisnonno.

La storia di Silvio Levi non è ancora tutta scritta (il giovane viticoltore ha 34 anni), ma passato e presente sono concetti chiari nella sua testa. La testa, appunto. Brillante, intelligente, curiosa. Pochi esami ancora e le porte della carriera diplomatica, per lui, si sarebbero spalancate. Come avevano immaginato mamma e papà, apprezzati studiosi torinesi. Ma la testa di Silvio gli ha detto altro. Mollo tutto e vado in campagna. Nelle vigne di bisnonno Camillo. A Dogliani.

Già, perché il bisnonno, Daniele Camillo Levi, fino al primo dopo guerra, aveva messo insieme una gran quantità di terre: vigne a Barolo, cascine fra Cherasco e lungo il Tanaro, lunghi filari di Dolcetto a Dogliani, Novello, e chissà dove ancora. Un patrimonio incalcolabile. Che nel cuore di Silvio batte forte. Ma solo nel cuore, però. Perché di terre e cascinali non è rimasto più niente… L’amicizia del bisnonno con Luigi Einaudi fruttò, a quest’ultimo, il passaggio di proprietà di alcune vigne. La riforma agraria del ’50 fece il resto. E quel che rimane di un originario patrimonio sono sottilissime pagine vergate all’antica con nomi di una volta e compravendite lontane.

Proprio ora che qualcuno della famiglia aveva deciso di tornare alla terra. Pazienza. Dal bisnonno Silvio deve avere ereditato la grinta e il coraggio. Il coraggio di mollare un lavoro tranquillo, dietro una scrivania a valutare opere d’arte e cappelle medievali da restaurare, per affondare in una terra faticosa e aspra, sotto soli caldissimi e solitudini che non si possono raccontare.

Silvio Levi ha scelto così. Tutto da solo ha lasciato Torino per tornare a Dogliani e bussare alla porta di Mario De Valle, apprezzato produttore e soprattutto figlio del mezzadro del bisnonno Camillo e quindi proprietario delle antiche vigne Levi.

Silvio aveva alzato lo sguardo e puntato gli occhi sulla vigna Bric sur Pian, quella che i francesi definirebbero un ‘cru’. Una vigna straordinaria, che regala un Dolcetto di Dogliani ancora più straordinario.

 

Mario De Valle e Silvio Levi hanno ripreso una storia che si era interrotta una generazione fa. Come nonno e nipote, o meglio, come maestro e allievo, hanno ristabilito un legame che la terra non aveva dimenticato. Dialetti diversi, esperienze differenti, stili di vita opposti. Eppure un’unica grande emozione: quella di trasformare l’uva in vino. Come si faceva una volta e come ancora si deve fare. Per ottenere un prodotto che racconti dell’uomo che lo fa. Come disse Luigi Veronelli quando nel 1984 assaggiò proprio il Bric sur Pian: “il vino è l’immagine perfetta dell’uomo che lo fa”.

Oggi Silvio Levi, allievo di De Valle e con il bisnonno nel cuore, è ancora da solo in vigna e in cantina. Ha creato una sua azienda: si chiama LeViti, un gioco di parole per unire cognome e professione. I sacrifici sono tanti. Le soddisfazioni economiche ancora lontane. Ma il suo vino parla a voce alta. E anche quest’anno, per la seconda volta di seguito, viene premiato con l’importante riconoscimento della Douja d’Or. Un premio non soltanto alla qualità, ma soprattutto al coraggio e alla passione.

 

 
 
  Site Map